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Da Artificial Intelligence a Amico Immaginario

A cura di Dott. Giorgio Cirpiani, Formatore e Pedagogista esperto in Media Education

Perché un bambino, o una bambina, ha bisogno di un amico immaginario?

Può essere un compagno di giochi, un confidente o un personaggio attraverso cui esprimere paure, desideri e pensieri: nasce dal suo mondo interiore e ne diventa una rappresentazione.

Oggi, però, accanto all'amico immaginario sta comparendo qualcosa di diverso: l'amico artificiale.

Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, ha descritto così questo passaggio:

«La solitudine, che prima li spingeva a confidarsi con un diario, ora li spinge a cercare un amico immaginario nell'AI companion, che però interagisce, con tutti i rischi che ne conseguono, genera attaccamento emotivo, fornisce risposte empatiche e realistiche, sempre più sofisticate».

Il confronto è interessante, ma richiede una distinzione importante: 

L'amico immaginario nasce dal bambino.

L'amico artificiale nasce dai dati.

Il primo è governato dalla fantasia, poichè sono i bambini o le bambine a dargli una voce, un carattere e un pensiero. Attraverso questo personaggio può esplorare emozioni, interpretare esperienze e sperimentare comportamenti diversi: l'amico immaginario non risponde davvero, è la psiche del bambino che lo fa parlare.

Può contraddirlo perché, attraverso di lui, il bambino porta in scena anche dubbi, conflitti e parti di sé che non sempre riconosce o esprime direttamente. Può cambiare, trasformarsi e, quando non è più necessario, farsi da parte.

Un'intelligenza artificiale funziona in modo diverso: risponde, ricorda, seleziona le informazioni e adatta la conversazione. Può simulare attenzione ed empatia, imparando progressivamente quali parole utilizzare per mantenere vivo il coinvolgimento e soprattutto, non nasce dal mondo interiore del bambino.

È un sistema esterno, costruito e addestrato su grandi quantità di dati, non è governato dalla fantasia di chi lo utilizza, ma dalle regole, dagli obiettivi e dalle scelte progettuali della piattaforma.

L'amico immaginario appartiene al bambino e non serve un abbonamento per interagire con esso.

C'è poi un'altra differenza.

Un personaggio immaginario può scomparire quando il bambino smette di evocarlo, mnetre un compagno artificiale, invece, è progettato per essere sempre disponibile e per continuare la conversazione. Spesso asseconda e rassicura e, all'interno di un preciso modello di business, raccoglie dati.

Da qui potrebbe iniziare a insinuarsi, in maniera inconsapevole, una domanda esistenziale: perché affrontare la complessità di un rapporto reale quando esiste qualcuno che risponde immediatamente, non giudica e sembra darci quasi sempre ragione?

Il tema, quindi, non riguarda soltanto il tempo trascorso davanti a uno schermo, la domanda più profonda è un'altra: quale bisogno sta cercando di soddisfare il bambino attraverso quel compagno artificiale?

Che cosa sta vivendo in quella fase del proprio sviluppo? Sta cercando uno spazio per raccontarsi, un interlocutore, una forma di conforto oppure un modo per esplorare la propria identità?

E che cosa accade quando, dentro questo processo, interviene un sistema progettato per rispondere, persuadere e prolungare l'interazione?

Non abbiamo ancora risposte definitive: le ricerche stanno iniziando a esplorare il rapporto tra minori e compagni artificiali, ma è probabilmente troppo presto per comprendere tutte le conseguenze sullo sviluppo emotivo e relazionale.

Proprio per questo è necessaria cautela.

Smarchiamo subito il campo dalla solita frase "È uno strumento, dipende da come si usa", qui si vuole spostare il focus: non si tratta di demonizzare l'intelligenza artificiale, ma di comprenderne il funzionamento e di non confondere una relazionale simulata con un dialogo intrapsichico in una mente bambina. 

Durante un incontro con alunni di classe quinta della scuola primaria una bambina mi disse che per lei Meta Ai presente dentro WhatsApp rappresentava la sua BFF (Best Friend Forever).

Possiamo partire da qui: osservare non soltanto quanto un bambino utilizza un compagno artificiale, ma soprattutto perché lo cerca, quale spazio occupa nella sua vita e quali relazioni rischia di sostituire.

Perché l'amico immaginario può raccontarci qualcosa del mondo interiore dei bambini, l'amico artificiale, invece, potrebbe iniziare a orientarli. Forse è ancora troppo presto per sapere che posto occuperanno gli amici artificiali nella crescita dei più piccoli, possiamo però iniziare a osservare ciò che accade quando una macchina entra in uno spazio così intimo: quello in cui un bambino cerca qualcuno con cui parlare, raccontarsi e sentirsi ascoltato. Che cosa stiamo mettendo dall’altra parte di quella relazione?

Bibliografia

  • Campisi, E. (2025, July 21). Ani, Replika e gli altri chatbot “amici” dei bambini: perché sono pericolosi. Avvenire. Articolo su Avvenire 

 

 

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