La scuola chiude, la vita no: il problema dell'estate.
A cura di Dott.ssa Martina Pinaroli, Pedagogista, Counselor, Educatrice e Formatrice.
C'è una domanda che ogni anno, puntuale, torna a bussare alla porta delle famiglie: cosa facciamo con bambini e bambine durante l'estate?
Le vacanze ormai sono quasi giunte al termine e ci viene spontaneo fare un recap di come sono andate le cose. Tuttavia, mentre negli anni passati le emozioni prevalenti erano la nostalgia per questo momento magico dell'anno, ora per la maggior parte delle famiglie sembra essere quasi un sollievo. La motivazione non è da condannare, anzi: la situazione è piuttosto seria ormai (e negli anni si sta aggravando).
Una società che cambia
Come sono andate le vacanze? È una domanda apparentemente semplice, che in realtà racconta un cambiamento molto più profondo della nostra società, perché mentre la scuola si ferma per quasi tre mesi, il resto della vita continua a scorrere secondo ritmi che non hanno più nulla a che vedere con quelli di qualche decennio fa.
Un tempo, almeno nel nostro immaginario, l'estate “funzionava” diversamente. La scuola finiva, bambini e bambine tornavano a casa, spesso c'erano i nonni, magari si trascorreva qualche settimana al mare o in montagna in famiglia e, per il resto, le giornate si riempivano spontaneamente di cortili, amici, biciclette, oratori, giochi e qualche inevitabile momento di noia. Poi, a settembre, si tornava a scuola.

Quel modello oggi, per moltissime famiglie, semplicemente non esiste più. E non perché i genitori non vogliano stare con i propri figli/e, né perché bambini e bambine abbiano improvvisamente bisogno di essere impegnati ogni minuto della giornata, ma perché è cambiata la società intorno a loro.
I nonni lavorano più a lungo, vivono spesso lontano, hanno una propria vita, relazioni, interessi e bisogni, mentre le famiglie sono diventate più mobili e, in molti casi, meno vicine ai parenti o alle loro reti di supporto. Il lavoro continua durante l'estate e, per moltissime persone, tre mesi di ferie sono semplicemente impensabili, mentre una lunga vacanza familiare può rappresentare una spesa difficile o impossibile da sostenere. I centri estivi, che rappresentano senza dubbio una risorsa preziosa, non sono sempre accessibili per tutte le famiglie, sia per i costi sia per la disponibilità dei posti, gli orari o la distanza.
E allora forse dovremmo smettere di chiederci soltanto come organizzare meglio l'estate e iniziare a porci una domanda diversa: è ancora adeguato il modo in cui abbiamo organizzato il tempo di bambini e bambine rispetto alla società in cui viviamo oggi?

Non è soltanto un problema delle famiglie
Quando parliamo di estate rischiamo di trasformare immediatamente una questione sociale in una questione privata, come se fosse responsabilità di ogni singola famiglia trovare autonomamente la soluzione attraverso centri estivi, nonni, baby-sitter, ferie, campi vacanze, settimane alternate tra genitori separati e una complessa rete di aiuti tra amici e parenti.
Ma se il lavoro non si ferma per tre mesi, perché dovrebbe essere soltanto la famiglia a farsi carico della distanza tra il calendario scolastico e il calendario della vita?
Il punto non è chiedere alla scuola di diventare un servizio di custodia permanente, così come non è pensabile trasformare l'estate in una sorta di scuola più divertente, ma riconoscere che la crescita di bambini e bambine è una responsabilità collettiva e che, quando cambiano le condizioni sociali, devono cambiare anche le forme attraverso cui una comunità si prende cura dell'infanzia.
È una questione di welfare, certamente, ma è anche una questione pedagogica, perché il tempo di bambini e bambine non è soltanto il tempo dell'apprendimento formale, ma è fatto di gioco, relazione, riposo, scoperta, noia, conflitto e riconciliazione.
Proprio per questo non possiamo semplicemente riempire tre mesi di attività, perché una buona estate non è quella nella quale ogni ora è occupata, ma quella nella quale esistono condizioni che permettono a bambini e bambine di vivere esperienze significative, di avere tempo libero e di sviluppare autonomia, mentre alle famiglie viene data la possibilità di affrontare il lavoro e la quotidianità senza essere schiacciate dall'organizzazione.

L'estate non deve diventare una scuola più lunga
Quando cerchiamo una soluzione al problema dell'estate, esiste un rischio molto forte, quello di pensare che la risposta sia semplicemente estendere il modello scolastico e utilizzare i mesi di sospensione delle lezioni per moltiplicare attività, laboratori e occasioni educative.
In Italia qualcosa sta già cambiando (anche se molto lentamente e ancora con numerose falle) e il dibattito pubblico sembra iniziare a riconoscere che la questione non può più essere ignorata. Nel 2026 il Ministero dell'Istruzione e del Merito ha rilanciato il Piano Estate nell'ambito del Programma Nazionale “Scuola e competenze” 2021-2027, sostenendo iniziative dedicate ad apprendimento, aggregazione, inclusione e socialità durante la sospensione delle lezioni.
Anche alcuni Comuni stanno sperimentando modalità interessanti, utilizzando proprio gli spazi scolastici durante i mesi estivi e costruendo un'offerta che prova a rispondere sia ai bisogni delle famiglie sia a quelli educativi di bambini e bambine.
A Milano, per esempio, nel 2026 i centri estivi delle scuole primarie vengono organizzati direttamente presso sedi scolastiche dotate di spazi all'aperto, mentre per le scuole dell'infanzia vengono attivate sezioni estive nel mese di luglio; a Bologna, invece, l'offerta comprende centri estivi convenzionati, scuole aperte, attività per adolescenti, soggiorni e opportunità specifiche per ragazze e ragazzi con disabilità, con un'attenzione anche ai periodi di fine agosto e inizio settembre, che tradizionalmente rappresentano uno dei momenti più difficili per le famiglie.
Non siamo quindi davanti a una trasformazione completa del sistema, ma a segnali che indicano una direzione possibile: la scuola può diventare, in alcuni momenti e attraverso collaborazioni con il territorio, uno degli spazi della comunità anche durante l'estate.
Con una differenza fondamentale, però: d'estate non serve replicare la scuola, perché servono altri linguaggi, altri tempi e altri obiettivi.

E se la scuola diventasse un luogo della comunità?
Potremmo immaginare scuole che, nei mesi estivi, possano diventare, attraverso la collaborazione tra Comuni, associazioni, cooperative, realtà sportive e culturali, spazi educativi aperti al territorio, nei quali bambini e bambine possano giocare, leggere, fare sport, coltivare un orto, sperimentare attività artistiche e musicali, stare all'aperto, incontrarsi e vivere esperienze che non abbiano necessariamente la struttura e gli obiettivi di una giornata scolastica. E perchè no, avere la possibilità di fare esperienza in contesti lavorativi artigiani e non?
Potrebbero essere luoghi nei quali anche il gioco libero abbia finalmente uno spazio riconosciuto e nei quali bambini e bambine possano scegliere, esplorare e costruire una parte del proprio tempo, senza essere sempre accompagnati da un adulto che propone loro cosa fare.
Dovrebbero diventare luoghi accessibili anche a bambini e bambine con disabilità, non attraverso percorsi separati, ma attraverso una progettazione degli spazi e delle attività capace di accogliere realmente la pluralità dei bisogni.
In questo modo potremmo anche ripensare il rapporto tra scuola e territorio, superando l'idea della scuola come luogo che apre e chiude secondo un calendario completamente separato dalla vita della comunità e riconoscendola invece come uno dei nodi di una rete educativa più ampia.
Non servono sempre nuovi edifici: servono spazi condivisi
C'è poi un'altra possibilità, forse ancora più interessante, che riguarda la capacità dei Comuni di mettere a disposizione delle famiglie spazi pubblici nei quali possano nascere forme di mutualità e collaborazione.
Biblioteche, sale civiche, cortili, parchi, spazi di quartiere e altri luoghi pubblici potrebbero essere messi a disposizione, secondo regole semplici e sicure, di gruppi di famiglie che desiderano organizzarsi insieme durante l'estate.
Non necessariamente un nuovo servizio calato dall'alto, quindi, ma una infrastruttura leggera che permetta alle persone di costruire una rete. Un gruppo di famiglie potrebbe decidere di alternarsi nella gestione di alcuni pomeriggi, mentre una cooperativa o un'associazione potrebbe garantire la presenza educativa professionale in determinati momenti; alcune famiglie potrebbero condividere alcune settimane e altre potrebbero organizzare attività di quartiere, creando una rete nella quale il peso della cura non ricada ogni giorno sulle stesse persone.
È una logica che richiama quella del co-housing e del welfare di comunità e che non pretende di sostituire le relazioni familiari, ma cerca piuttosto di creare le condizioni perché le relazioni possano nascere e diventare una risorsa.
Naturalmente tutto questo richiede attenzione, perché la responsabilità educativa non può essere improvvisata e la condivisione della cura deve essere costruita nel rispetto della sicurezza, delle competenze e dei bisogni di ogni bambino e bambina.
Ma il principio resta potente: e se invece di comprare individualmente soluzioni per l'estate, tornassimo a costruire alcune soluzioni insieme?

Guardiamoci intorno
I Paesi del Nord Europa, come Finlandia, Svezia e Danimarca, non offrono un modello perfetto da copiare, ma mostrano alcune possibilità interessanti per affrontare il rapporto tra scuola, lavoro e famiglia, soprattutto perché in questi contesti la gestione del tempo dei bambini e delle bambine non viene lasciata completamente alle singole famiglie, ma viene sostenuta attraverso servizi educativi, attività extrascolastiche e spazi dedicati all'infanzia, dimostrando che è possibile creare una maggiore continuità tra i tempi della scuola, del lavoro e della vita familiare. Anche in Italia sarebbe quindi utile sviluppare una rete di servizi e opportunità che permetta alle famiglie di affrontare l'estate senza dover organizzare tutto autonomamente, mantenendo però il giusto equilibrio tra attività strutturate e libertà, gioco e riposo.
A questa questione si aggiunge il cambiamento climatico, che rende sempre meno adatta l'idea dell'estate di oggi come quella di trent'anni fa, perché le temperature elevate e le ondate di calore rendono più difficile per bambini e bambine vivere gli spazi esterni in sicurezza e richiedono quindi una trasformazione degli ambienti nei quali crescono e giocano. Non si tratta soltanto di ricorrere all'aria condizionata, ma di progettare quartieri, scuole, cortili e parchi più freschi e resilienti attraverso alberi, vegetazione, aree verdi e superfici permeabili, creando luoghi che siano contemporaneamente più sicuri per i bambini, più piacevoli per le famiglie e più sostenibili per l'ambiente, perché sostenibilità sociale e ambientale possono rafforzarsi a vicenda.
Anche il rapporto tra estate e scuola dovrebbe essere ripensato, poiché la lunga pausa estiva può essere un periodo importante per recuperare energie, giocare, vivere esperienze diverse e sviluppare apprendimenti informali, ma la scuola non dovrebbe semplicemente interrompersi a giugno e ricominciare a settembre senza considerare le difficoltà (anche della stessa ripresa) che bambini, insegnanti e famiglie possono incontrare nel passaggio da un periodo all'altro. Sarebbe quindi utile anche immaginare una distribuzione delle vacanze forse più omogenea e in linea con la società ed i lavori di oggi.
In definitiva, la domanda non dovrebbe essere soltanto come tenere occupati i bambini mentre i genitori lavorano, ma come costruire una società nella quale bambini, famiglie e comunità possano vivere bene anche durante l'estate, attraverso una combinazione di scuole aperte in determinati periodi, centri estivi accessibili, spazi pubblici, parchi, cortili verdi, servizi educativi, attività culturali e sportive e forme di sostegno per le famiglie che ne hanno bisogno. Una buona estate, infatti, non è necessariamente quella piena di attività organizzate, ma quella in cui bambini e bambine possono giocare, stare all'aperto, leggere, esplorare, annoiarsi, incontrare altre persone e conquistare gradualmente autonomia, mentre i genitori non sono costretti a trasformare i mesi estivi in una continua operazione di organizzazione e gestione degli impegni.
La scuola può quindi chiudere durante l'estate, ma una comunità educante non dovrebbe mai fermarsi completamente, perché può continuare a sostenere bambini e famiglie assumendo forme più informali e lasciando maggiore spazio al gioco, alla spontaneità, alla socialità e all'apprendimento fuori dalle aule. Ripensare l'estate significa dunque non cercare semplicemente un modo per riempire tre mesi, ma costruire una comunità capace di prendersi cura dei bambini senza sostituirsi alle famiglie, di sostenere i genitori senza giudicarli e, soprattutto, di garantire a tutti bambini e bambine la possibilità di vivere il periodo estivo come un tempo accessibile, libero, sicuro e realmente educativo.
